Giuseppe Andò in Leadership Development, Leadership, Risorse Umane Member of Board • EMCC - European Mentoring and Coaching Council May 21, 2019 · 2 min read · +100

Lo scandalo del leader razionale

Lo scandalo del leader razionale

Partiamo da una premessa dirimente: per un leader non è importante “sentire” emotivamente le cause che provocano i comportamenti altrui, ma leggere i comportamenti e, razionalmente, ricostruire le premesse emotive che li hanno ispirati. L’interazione tra esseri umani è sempre mediata da almeno un codice di significanti che rimanda ai significati cui allude e si riferisce. Dietro ad ogni sistema di segni esiste un univoco valore semantico che garantisce la logicità della comunicazione e, quindi, la sua riconoscibilità razionale. Ognuno di noi mette in atto un processo logico, per sostenere le proprie posizioni e idee, e lo codifica per renderlo comprensibile ai suoi simili. Certo, intuito ed emotività giocano un ruolo fondamentale e tutti sappiamo che mai l’uomo è perfettamente razionale, ma, proprio per questo, un leader deve aggirare il tema riducendolo alle sue componenti essenziali, ovvero incanalando il confronto con i membri della sua squadra sulle ragioni che sottendono alle loro posizioni e non esplorando le loro premesse emotive. L’empatia è una qualità che deve essere spesa in altre situazioni, non in contesti strutturati e pensati per l’ottenimento di risultati concreti e misurabili. Non può assurgere a metodo di relazione, altrimenti si dissolverebbe tutto l’impianto logico attorno al quale si costruisce una squadra. Tanto meno può essere considerata una forma d’intelligenza, dato che nulla è più lontano dalla conoscenza razionale dell’utilizzo delle proprie emozioni. “Capire empaticamente” è una frase senza senso, è una pura contraddizione in termini. L’essere umano è sempre e costantemente alla ricerca di una comprensione razionale della realtà, cerca, cioè, di decodificare le informazioni che riceve secondo un registro logico che gli restituisca un quadro “vero”, quindi “reale”, del mondo esterno. La sequenza razionale con la quale improntiamo i nostri ragionamenti è la seguente:

  • se è logico è vero;
  • se è vero allora è reale;
  • quindi, se è logico è reale.

Escludendo dai nostri ragionamenti il terzo punto, che meriterebbe ben altro spazio e competenze di cui non dispongo, vorrei soffermarmi sui primi due punti: verità e realtà sono, in un processo logico, sinonimi. Asserire che una cosa è vera, significa dire che è reale, che esiste, così come asserire che una cosa è reale, se è reale, significa dire una verità. Non può esistere contraddizione tra la verità, che è un attributo logico di un’affermazione, e la realtà, che è un attributo essenziale dell’essere. Fuori da questo schema, non ci è possibile pensare alcunché e tutta la nostra storia e il nostro progresso non sarebbero mai potuti esistere. Filosoficamente parlando, Heidegger ci ha dato un’interpretazione affascinante di questa prospettiva. L’attività razionale, in quanto libera, è solamente soggetta alla logica essenziale che la caratterizza ed è lo strumento che ci consente di raggiungere la verità. Seguendo l’etimologia della parola greca alétheia (verità), composta di alfa privativo (non) e léthe (nascondimento), la verità è il risultato di un di-svelamento, di una scoperta. Si tratta di “qualcosa che sta dietro”, ovvero è nascosto, e che solo l’indagine razionale porta a svelarsi. E l’indagine razionale è l’espressione essenziale dell’umanità, che nel suo sviluppo evolutivo e logico ha contribuito allo sviluppo evolutivo e allo schiudersi della stessa verità. Heidegger riprende il concetto di verità come adaequatio rei et intellectus, cioè come conformità di un dato della realtà al concetto della sua essenza, pensato dalla ragione ed espresso in un’asserzione di forma logica. Quindi, se decidiamo di studiare un determinato fenomeno, abbiamo bisogno di raccogliere tutte le informazioni disponibili e trovare l’intima coerenza logica che le unisce e le attraversa. Ovviamente, non sempre abbiamo tutte le informazioni a disposizione, anzi, non sappiamo neppure quali e quante siano tutte le informazioni disponibili sul tema che ci interessa. Non solo, quand'anche disponessimo di tutte le informazioni, quasi certamente non saremmo in grado di elaborarle tutte. Ed eccoci arrivati al punto, la nostra è una razionalità limitata, una razionalità che non persegue un modello d’indagine e d’azione lineare, perché non è in grado di gestirlo. La ragione si muove lungo percorsi esplorativi e d’indagine. Individuare l’intima relazione che collega due fenomeni è frutto di uno studio e di una ricerca che procede per tentativi e che si snoda lungo un percorso fatto di successi e fallimenti, alla ricerca della logica delle cose. Il fatto che la nostra razionalità abbia un limite elaborativo e che, talora, sia condizionata dalle nostre emozioni e dalla nostra sensibilità, non ne diminuisce il ruolo conoscitivo, che rimane insostituibile. È questa corrispondenza tra la nostra ragione e quella delle cose che sta alla base della nostra conoscenza scientifica ed è su questo presupposto che si può e si deve sviluppare la propria razionalità. Conoscere e riconoscere i propri stati emotivi e quelli degli altri è una fondamentale attività di introspezione e di analisi, che consente di modularsi in funzione delle proprie pulsioni emotive. È un’attività regolatrice dei comportamenti, che favorisce l’attività razionale, ma non la sostituisce. Un leader ha il dovere di proporsi come guida razionale della propria squadra e deve consentire a tutti i suoi collaboratori di esprimersi liberamente, esternando le loro ragioni e le basi logiche che le sostengono.