Roberto A. Foglietta en Coaching, Dirigenti e manager, Startup ◽Freelance Consultant • ◾www.roberto.foglietta.name 13/11/2017 · 5 min de lectura · ~100

ITALIA, TOO BIG TO FAIL

ITALIA, TOO BIG TO FAIL

Published on October 22, 2017 on Linkedin and updated on January 12, 2018 on beBee.

L'Italia nel mondo del debito

L'Italia è portatrice del 4.61% del debito globale quindi, rispetto a un fallimento rapido e immediato, l'unico aspetto deterrente è l'effetto domino.

D'altra parte un fallimento controllato permetterebbe di giocare al ribasso come in effetti sta facendo il fondo Bridgewater di Ray Dalio.

Inoltre, procrastinando la sofferenza, aumenta il debito cumulativo che è, appunto, la ricetta offerta ai comuni da Cassa Depositi e Prestiti rifinanziandone a 20 anni il debito che hanno accumulato.

Quindi per evitare un fallimento salutare si sta programmando un fallimento definitivo.

Senza un radicale cambio di rotta, rifinanziare il debito per 20 anni, significa sacrificare anche la prossima generazione alla mediocrità del lento ma inesorabile declino.

La disoccupazione giovanile

L'antagonista del debito è il lavoro perché dal lavoro si produce ricchezza, o per lo meno si dovrebbe, se il lavoro risulta utile ovvero produce qualcosa di più apprezzato del costo complessivo della produzione. Diversamente é solo un'opportunità mancata di fare dell'altro.

Al momento, il 40% dei giovani Italiani fanno dell'altro. O fanno un lavoro in nero oppure studiano oppure sono inattivi. Perciò contribuisce alla società solo il 60% dei giovani che saranno probabilmente quelli che potranno permettersi una famiglia con figli, e dovendo supplire anche per coloro che non l'avranno, dovranno procreare una media per coppia di 2.1 x 1.67 = 3.5.

Oppure il 40% é in gran parte costituito da giovani donne - ipotizziamo per assurdo che siano tutte donne - queste saranno destinate a fare le casalinghe, mogli, madri e solo 2.1 figli a coppia in media.

Comunque la giriamo la frittata non sembra essere una gustosa portata: metà di una generazione bruciata; oppure il ritorno alla società e alla famiglia tradizionale. Non stupisce che i giovani italiani, ma ormai non solo i giovani, emigrino in cerca di una terza opportunità.

D'altronde se si esportano giovani, bisogna importarli per mantenere l'equilibrio demografico dai paesi in via di sviluppo del Sud America (sempre meno), Europa dell'est (non più), Africa e Medio Oriente.

Un'economia di sussistenza

Ritorniamo sulla questione del lavoro e chiediamoci cosa fa di utile la maggior parte dei lavoratori? Qual'è la sorgente di finanziamento del lavoro al fine di produrre utilità?

Il 60% della popolazione italiana dipende da fondi pubblici quindi l'utilità che producono é finanziata dal debito pubblico, se lavorano. Se invece percepiscono un reddito di sostegno, integrativo, una pensione, un vitalizio, etc. allora partecipano all'economia nazionale come consumatori.

È logico pensare che la maggior parte di questo 60% non siano benestanti. Anche se dirigenti pubblici, professori universitari, politici, etc. hanno stipendi in media più elevati che nel resto d'Europa (dato 2013) e anche fossero relativamente tanti, rimangono percentualmente pochi. La maggior parte dei redditi derivanti da fondi pubblici va a sostenere una classe sociale povera quindi a consumi di base, utility & commodity, nulla che impegni o richieda l'eccellenza.

Alto tassi di povertà e di disoccupazione sono generalmente fortemente correlati a bassi tassi d'istruzione e al declino del livello di scolarizzazione: più dottorandi e meno diplomati. Perciò la cultura universitaria diventerà un fenomeno di élite, poi salute e poi longevità.

Una pausa di riflessione

Prendiamoci una pausa di riflessione per riassumere i fenomeni sociali di tendenza.

  • Il lento declino di un'economia favorisce l'emigrazione e la disoccupazione giovanile. Ciò comporta il declino demografico autoctono che eventualmente viene compensato dall'immigrazione. 
  • Si riducono i tassi di natalità e di scolarità oppure se non si riducono si polarizzano: famiglie ricche con 1.5 figli ben istruiti e famiglie povere con 3.5 figli poco istruiti. 
  • La maggior parte della popolazione é legata a redditi derivanti dal finanziamento pubblico che principalmente li posizionano nella fascia povera, sia in termini di consumo sia di effettiva indigenza creando un'economia di sussidio.
  • Una vasta parte dei giovani 40% é disoccupato quindi non partecipa alla produzione di ricchezza ne alla società oppure vi partecipa nell'economia sommersa. Anche chi percepisce sussidi, non di rado svolge anche attività in nero.

L'andamento storico del debito pubblico

A questo punto varrebbe la pena di valutare l'andamento storico del debito pubblico per cercare di capire quali siano le ragioni del declino, le prospettive ed eventualmente le soluzioni.

Apparentemente questo grafico cresce linearmente nel tempo e quindi potremmo considerare la cosa come del tutto fisiologica. I paesi avanzati producono debito pubblico su base sistematica!

La composizione del debito pubblico

Se la crescita del debito pubblico non ci impensierisce come trend, forse, dovremmo verificarne la composizione. Sorpresa!

Dal 2009 a oggi, la partecipazione al debito pubblico italiano delle banche italiane é quadruplicato. In precedenza il trend era stabile almeno dal 2002 e prima era anche in diminuzione.

Cosa significa questo? Che in precedenza le banche prestavano il denaro alle imprese private, mentre adesso sono costrette a immobilizzarlo nel debito pubblico. Sono costrette perché i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) hanno rendimenti quasi negativi, quindi non è un'investimento ottimale. Sono costrette perché l'emissione di BTP invenduta mette in crisi la solidità dello Stato: se nessuno vuole i BTP italiani significa che nessuno si fida a prestare i soldi allo Stato Italiano perciò o lo Stato fallisce oppure si è costretti a coprire questa emissione a livello nazionale. Anche nel Regno Unito accade che le emissioni del tesoro invendute siano acquistare dalla banca centrale per evitare speculazioni sui tassi d'interesse (spread).

Aumentando la loro partecipazione nel debito pubblico, le banche sostengono il bilancio dello Stato, quindi condizionano la politica. La quale sarà piuttosto incline a ricambiare il favore sopperendo alle perdite NPL e tollerando il bail-in.

L'impatto del debito pubblico sull'economia

Insomma da qualche parte i soldi bisogna prenderli: se il mercato internazionale non finanzia il debito pubblico italiano, lo fanno le banche italiane che per reciprocità vengono consolidate con il denaro pubblico per affrontare la crisi dei crediti deteriorati.

Perciò il denaro viene prestato allo Stato per consolidarne il bilancio ed evitare che lo spread impazzi, lo Stato sovvenziona a fondo perduto le banche, permette loro il bail-in offrendo anche una certa tolleranza per non dire impunità rispetto alle passate marachelle. 

Il risultato è che i risparmiatori traditi si trovano senza i loro capitali quindi senza possibilità di fare investimenti su attività di piccola e media impresa (PMI) quindi rientrano nel mercato del lavoro oppure nell'assistenzialismo.

Insomma, per farla breve, attraverso gli istituti di credito si espropriano i risparmiatori e si finanzia il debito pubblico.

Questo perché le emissioni di BTP cioè i finanziamenti al debito pubblico italiano, dal 2009 in poi non risultano appetibili sul mercato internazionale. Di per sé, una maggiore partecipazione italiana al debito pubblico italiano, non sarebbe ne un problema ne uno svantaggio purché lo Stato sia un produttore di ricchezza migliore degli altri imprenditori su piazza.

Il nocciolo della questione

Sia chiaro: lo Stato è, per sua natura, un fornitore di servizi pubblici ma non per questo è giustificabile che sia in perdita sistematica perché dispone di fonti di finanziamento ulteriori ai BTP, quali le imposte, tasse, accise, IVA, etc.

In questo senso, va considerato alla stregua di un impresa, anche se rispetto a quelle private, ha obbiettivi diversi, orizzonti temporali di pianificazione più lunghi, diverso approccio ai "clienti". Insomma, diverso in tutto ma alla fine della fiera tanto prende, tanto deve dare ed è corretto che lavorando in un economia di scala quello che offra abbia un valore maggiore di quello che i singoli cittadini nel loro complesso potrebbero permettersi se non fossero soggetti d'imposta.

Se lo Stato Italiano fosse un buon imprenditore, fosse capace di produrre più utilità che passività, non avrebbe difficoltà a farsi finanziare.

Se noi conoscessimo un imprenditore competente e affidabile, saremmo onorati di finanziare la sua impresa, perché la sua impresa ci fornirebbe un tasso di rendita del capitale investito più interessante di altre forme d'investimento.

Potremmo ipotizzare che il debito pubblico italiano sia penalizzato da una congiuntura negativa ordita dagli altri paesi membri UE e che non vi siano ragioni sostanziali per rifiutarsi di rifinanziarlo. Può anche essere, ma allora poniamoci una domanda.

Lo Stato italiano è un buon imprenditore?

Il grafico qui sopra sembra evidenziare una risposta negativa. Ci sono però due distorsioni in questo grafico abbastanza importanti, anzi tre:

  • fra il 1980 e il 2008, l'Italia ha perso due punti percentuali di PIL ovvero, detto in altri termini, di competitività internazionale. Inoltre se gli altri paesi UE hanno fatto meglio di noi, allora la forchetta è anche più ampia.
  • Fra il 2009 e il 2014, l'Italia ha perso quasi altri due punti finendo addirittura in negativo rispetto ai tassi di crescita. Il PIL non é altro che un indice di volume e di per sé spostare denaro non genera utilità ovvero non crea ricchezza. Però in un sistema economico sano, in un mercato libero, il volume complessivo delle transazioni è correlato al valore creato. Più valore si crea, maggiore sarà la propensione al consumo: se il nuovo iPhone è più bello, luccicoso e fa anche il caffè allora compro il nuovo iPhone e anche il caffè. Ecco, qua sta il problema: "in un sistema economico sano". Mentre in un sistema economico assistenzialista compro qualunque cagata a rate sfruttando il credito al consumo che infatti è cresciuto in maniera insieme al banco dei pegni e del compro oro, al gioco d'azzardo.
  • il grafico del PIL parte nel 1980 e finisce nel 2014, inoltre la linea di tendenza rossa non è correlata con i dati ma tratteggiata "ad cassum". Intanto nel 1973 ci fu una grande crisi legata la petrolio e il nostro PIL è crollato, insieme a quello di molte altre nazioni, per poi riprendersi nei successivi due/tre anni. Quindi il grafico inizia su un massimo di gloria relativo per finire in minimo assoluto di sfiga. 

Perciò la tragedia paventata dal grafico, purtroppo o per fortuna, non è così imminente. Ma l'impatto sulla qualità della vita si fa sentire eccome.

La qualità della vita e il benessere economico

An article of World Economic Forum published on January 2nd, 2018 presents the contries that have the highest quality of life.

This plot shows two related composite indexes: wealth on x-axis and quality of life on y-axis. Please note these following facts:

  • at the same wealth of Italy, the Estonia beats Italy in the quality of life;
  • one of the best country for both quality of life and wealth is the Sweden which is placed at the 2nd place;
  • Norway is even richer, has a better quality of life than Sweden and wins the first place;
  • Great Britain almost doubles Italy in wealth and quality of life, both; It stays above Germany in both, less wealthy than Austria and Luxembourg, they fully competes with both for quality of life;
  • France, Spain and even Slovenia beat Italy on both degrees and they are grouped nearby Japan;
  • among 35 countries, Italy stays in the 23th position or less because only 11 others countries scored lesser in one of the two degrees.

Finally, considering the wealth index multiplied the quality of life index and its squared root. Then, we have that Italy scored {10, 3.3} while France {23, 4.7} Spain {27, 5.2}, England {48, 6.9} and Sweden {70, 8.3}.

This also clearly explain the crab attitude of Italians: everyone could not leave nor succeed envies everyone who can or could. Simple and straightforward.

Il baletto della crescita del PIL

La ragione per cui si è fatto un balletto delle cifre sul PIL allo +0.5%, +0.8%, +1.2% oppure +1.6% non è solo propaganda. Piuttosto, nel fantomatico mondo della finanza si bada alle performance. Se nel 2008 eravamo a +1.5% di PIL/anno come tasso di crescita e nel 2018 ritorneremo allo livello, allora avremo finalmente superato la crisi del 2007. Più o meno 10 anni mentre gli altri paesi europei ci hanno messo circa cinque anni per tornare ai livelli pre-crisi, tranne qualche eccezione come la Grecia.

Perciò l'Italia fallirà? No, purtroppo.

L'Italia non fallirà perché continuerà inesorabilmente a declinare nella più becera mediocrità che come un oceano circonderà piccole e rare isole di eccellenza e ricchezza che dovranno imparare a difendersi con i denti, trasferirsi all'estero oppure accettare di essere travolte da questo mare di bisogni primari, utility & commodity anche esistenziali.

L'Italia è un paese arretrato in cui la maggior parte dei cittadini paga e pagherà sempre di più questa sua incapacità insolente di non sapersi emancipare dal vicino di banco: se lo fai tu, lo devo fare anch'io, se lo hai tu, lo devo avere anch'io. Questo è il vero dramma italiano: siamo rimasti provinciali nelle piccole cose come nelle grandi, come appunto l'economia. Il mondo invece si è globalizzato e internazionalizzato.

La conclusione

Quale migliore conclusione di una basata sull'arte della citazione e allora "L'Italia fallirà ma non gli italiani" di Idro Montanelli.

Idro Montanelli era un sognatore e come tale aveva una grande stima dell'eccellenza italiana ma purtroppo si sbagliava perché a trainare l'Italia non è la sua eccellenza perciò l'Italia non fallirà ma gli italiani sì.

Gli italiani hanno fallito nel momento stesso che hanno decretato per i loro figli un futuro di mediocrità costringendoli a scappare o costringendoli a rimanere e ad adeguarsi con risentimento. Un risentimento che non potendo manifestare in modo sano e naturale nel processo di emancipazione adolescenziale si portano dietro per tutta la vita. L'esempio più lampante sono i signori e le signore attempate che mettono in scena parodie giovanilistiche al limite del ridicolo.

Il "that's all folks" lo lasciamo agli americani. La nostra è un'evergreen neverending old but gold story. Un eterno déjà-vu la cui essenza giace più che in Nietzsche in Kafka, più che in Kafka nel circo Togni, più che un circo un'ibrido fra la fattoria e 1984.

L'Italia è una colonia estiva di adolescenti mai cresciuti. Non è il fallimento economico, prima ancora di quello se mai verrà, è un fallimento umano. Il colpo grosso del ragionier Fantozzi.

General outlook

Con un tasso di analfabetismo funzionale del 47%, una percentuale di occupati che dipende dall'indotto finanziato dal pubblico pari al 60% e con una disoccupazione giovanile reale del 40% [¹], l'Italia si sta disperatamente aggrappando all'idea di attaccare il contante direttamente nelle case degli Italiani e le posizioni patrimoniali degli Italiani emigrati. 

Nel delirio che precederà la fine di un sistema ormai sconfitto che lotta per la sua stessa esistenza avremo la pazienza di farci trascinare nel gorgo passivamente? La risposta a questa domanda starebbe nelle percentuali di praticanti una qualsiasi religione e di non-religiosi/atei. Infatti, secondo le statistiche, la capacità innovativa di un paese è abilitata se queste due percentuali rientrano in un dato intervallo [4]: non-credenti>20% (Italia: 25%) AND praticanti<60 (Italia: 30%). 

Perciò tutto sta a capire se il restante 45% reagirà sperando nella provvidenza o rimboccandosi le maniche. Da questi dati, l'outlook di stagnazione rispetto a quello di collasso ha un rapporto di probabilità stimato in S:C=1:8.4 mentre quello di ripresa e collasso in R:C=1:16.

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Appendice

Questo articolo prende vita dall'omonimo post del 22 ottobre 2017 e dai relativi commenti (numerati da P1 a P9) in cui è stato inizialmente scritto.

Successivamente l'articolo è stato esteso con un un altro post del 6 gennaio 2018 e i relativi dati dell'articolo presentato

I grafici sono stati presi da un articolo «Il grande bluff» di Stefano Bassi.

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(C) 2017, Roberto A. Foglietta, testo licenziato con Creative Common Attribuzione, Non commerciale, Condividi allo stesso modo, versione 3.0, Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT).

Note

[¹] L'articolo del Sole 24 ore «Istat: la disoccupazione dei giovani risale al 40%» del 31 gennaio 2017 propone anche il grafico dell'andamento del tasso di disoccupazione giovanile (fra 15 e 24 anni) in valore percentuale (dati Istat):