Roberto Foglietta en Coaching, Dirigenti e manager, Startup 9/10/2016 · 2 min de lectura · +700

L'imprenditore è un artista

L'imprenditore è un artista Published on September 6, 2016 on LinkedIn

Quando parliamo della differenza fra il prezzo di vendita e il costo di acquisto parliamo di valore aggiunto e il valore aggiunto appartiene al commercio.

Invece, quello che fa l'imprenditore è creare il prodotto o il servizio, crea la risposta a un bisogno oppure la soluzione a un problema, comunque qualcosa che prima non c'era.

Ovviamente l'imprenditore non crea dal nulla la sua proposta di valore, questo è ovvio, ma la distinzione fra commercio e impresa è proprio nella creazione di un qualcosa.

Un commerciante compra le fragole all'ingrosso, le divide e le rivende al minuto a valore aggiunto. Un imprenditore compra le fragole, fa dei cocktail e con essi avvia la gestione di un bar.

La differenza è abbastanza evidente. Il commerciante cerca il profitto, l'imprenditore usa il profitto per sviluppare la sua impresa. Mentre per il commerciante il profitto è il fine, per l'imprenditore è il mezzo.

Il fine dell'imprenditore è l'impresa stessa,egli/ella imprende per la stessa ragione per la quale il pittore dipinge e l'inventore inventa.

Perciò per giudicare un buon commerciante dobbiamo guardare al profitto mentre per apprezzare un imprenditore dobbiamo guardare a quello che è la sua impresa con gli stessi occhi con i quali si guarderebbe un'opera d'arte, alcune hanno un prezzo elevato, altre meno. Ma il prezzo lo fa il commerciante, l'imprenditore crea il valore.

Anche la dimensione dell'impresa non è significativa, come non lo sono le dimensioni di un quadro. Essa dipende dalle competenze manageriali ma anche da molti fattori esterni. Un buon manager è un buon amministratore, un top manager è colui che ha anche una visione ma un imprenditore è colui che ha l'istinto per l'impresa.

Imprenditori sono tutti coloro che mettono insieme i fattori sociali, economici e organizzativi per creare una nuova entità sociale e materiale che dà lavoro, benessere e servizi - Francesco Alberoni [°][¹].

Artisti, inventori e imprenditori condividono la medesima tensione interiore fra ciò che osservano e quello che essi percepiscono. Questo è il motivo per il quale amiamo i quadri di Gauguin e poco ci importa di un foto di un campo di girasoli.

Condividi

(C) 2016, Roberto A. Foglietta, testo licenziato con Creative Common Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia (CC BY-NC-SA 3.0 IT).

Note

[°] Ringrazio Massimo Tacchini per il suo commento in cui mi ha segnalato l'articolo del Corriere della Sera a frima di Francesco Alberoni pubblicato il 2 ottobre 2000.

[¹] Del bellissimo articolo di Francesco Aberoni non condivido il nesso causale così deterministico fra esteriorità e interiorità. Ad esempio, la percezione dell'ordine e del disordine è molto soggettiva, la linea di demarcazione fra i due dipende dalla capacità soggettiva della memoria spaziale. Inoltre anche per i colori la percezione è soggettiva. Infatti, oltre alle differenze biologiche fra gli individui tipo il daltonismo, pare ragionevole sostenere che persino l'apprendimento delle lingue ne modifichi la percezione [²]. Appare un po' azzardato sostenere quindi che alcune determinanti esteriori, che possono essere influenzate da una varietà di cause, sia indici deterministici delle caratteristiche caratteriali e interiori di un individuo. Invece, in termini statistici, potrebbe esserci una correlazione di gruppo più o meno come l'altezza e la nazionalità.

[²] La percezione dei colori è un modo ideale per verificare le caratteristiche di chi è bilingue perché c’è una grande variazione sui punti dello spettro dei colori in cui si stabiliscono le diverse lingue - I bilingue vedono il mondo diversamente [³].

[³] Nell'articolo in inglese Bilinguals see the world in a different way, study suggests ci sono i riferimenti agli articoli scientifici relativi.



Roberto Foglietta 11/ott/2016 · #9

@Enrico Sasso: non sono d'accordo. Apple è stata una delle prime azienda a comprendere che lo stile (design) era una componente importante del marketing, che non bastavano le funzionalità per vendere a una certa categoria di persone (e più in generale a tutti quanti). E' un azienda che ha deciso che un solo tasto per il mouse era sufficiente (invece di tre + rotellina). E' un azienda che ha fatto del design uno status-symbol al punto da arrivare a differenziare in termini di costo (e non poco) il bianco puro al nero assoluto. E' stata un'azienda che ha saputo sviluppare un proprio sistema operativo (almeno due volte) accettando di rimanere per molto tempo confinata in un segmento di mercato nel quale però eccelleva (la produzione grafica e il montaggio video ). Ha fatto scelte anticonformiste: è stata la prima azienda a dire "i nostri clienti non sentiranno la mancanza del CDROM ma apprezzeranno le dimensioni ridotte e la trasportabilità". Solo per citare alcuni esempi forse tra quelli meno noti. Apple è un'azienda che ha costantemente fatto innovazione in modo metodico e quindi con grande successo anche perché ha sempre saputo valorizzare la sua differenza dai concorrenti. La forte fidelizzazione che la clientela ha verso Apple è sicuramente parte del suo successo ma essa è il risultato di una sistematica differenziazione dai concorrenti e questa a sua volta è il risultato di scelte molto coraggiose. Apple ha goduto di tre fattori: una fortissima componente innovativa fin dall'inizio a cui non ha mai rinunciato, una fortissima componente commerciale fin dall'inizio a cui non ha mai rinunciato e un mercato/cultura come quella americana che non percepisce il successo individuale (o di una singola azienda) come un problema sociale ma come un valore.

0
Enrico Sasso 11/ott/2016 · #8

@Roberto Foglietta: condivido alcuni aspetti del tuo ragionamento e sono con te quando dici che innovare può essere copiare migliorando. Ma solo e sempre migliorando? Mi vengono in mente decine di esempi in cui non si apporta nulla di significativo. E quando dico nulla non intendo solo fattori tecnicamente o sostanzialmente percepibili, ma anche solo un qualcosa di apprezzabile sotto il profilo comunicativo/sociale. Mi spiego meglio: Apple non produce i migliori dispositivi. Assolutamente no. Ma ha aggiunto un fattore chiave alla sua strategia: la comunità. C'è un rapporto di fidelizzazione profonda che va al di là del singolo nuovo prodotto lanciato da Apple. Capisci cosa intendo?

0
Roberto Foglietta 11/ott/2016 · #7

(parte 2, prosegue da parte 1) @Enrico Sasso: Per quanto riguarda alle contese interne a un gruppo, la gara dovrebbe essere alla delivery mentre spesso invece la delivery viene ritardata per dare spazio alle diatribe di gruppo. In quei contesti, in cui l'ordine di cordata è determinato dalla delivery, generalmente la struttura di gruppo è dinamica e stabile (appare una contraddizione, ma è come la bicicletta, l'equilibrio stabile è in moto). Si dice che la politica sia l'estensione della guerra con altri mezzi. In un contesto di B4B la guerra (anche con altri) mezzi non trova molto spazio perché anche i concorrenti sono parte dell'ecosistema di business. Ritornando alla scoperta dell'America, essa prende il nome da Amerigo Vespucci e non da Cristoforo Colombo che per primo intentò l'impresa pur confondendo il nuovo continente con le indie. Perciò copiare non è il problema. Il problema è innovare: copiare migliorando. Poiché migliorare implica saper fare meglio e fare meglio significa aver fatto e quindi aver fatto errori. Non è sempre detto che chi arriva per secondo vinca. E' vero invece che vince chi riesce a mettere insieme i fattori fondamentali che costituiscono un'innovazione (e la sua delivery).

0
Roberto Foglietta 11/ott/2016 · #6

@Enrico Sasso: c'è un problema di base nella cultura italiana che è quella di considerare la materia tecnica una commodity rispetto all'approccio umanistico. In termini tecnici viene chiamata "la supremazia della politica" (politica in senso lato) ovvero della capacità di raccogliere consenso. Inoltre l'umanesimo e la tecnica vengono considerati due ambiti distinti (classe dirigente tecnica vs amministrativa). Il copiare una soluzione tecnica (i modelli di business sono matematica dei sistemi allo stato attuale dell'arte, quindi sono parte della soluzione tecnica) con un approccio umanistico comporta che in realtà si imita solo ciò che si comprende che è un po' - passami l'esempio - come se un'attore imitasse un agente segreto vs un agente segreto vero. A primo impatto lo 007 del cinema è anche più mitico ma nella realtà operativa non regge il confronto. Un altra descrizione che potremmo dare è che tutti vogliono vincere ma nessuno ha il coraggio di staccarsi dal gruppo. Non solo, ma guardano a coloro che tendono a staccarsi dal gruppo come un pericolo, si sa mai che trovi l'america! Non confondiamo l'Italia con l'occidente. In altre parti dell'occidente la consapevolezza che la dimensione tecnica non sia una commodity è piuttosto chiara, di contro tendono a essere più rigidi e quindi meno creativi. (fine parte 1, prosegue)

0
Enrico Sasso 11/ott/2016 · #5

Molto bello l'articolo sul B4B. @Roberto Foglietta sono punti di vista. Scalabilità o meno io ultimamente vedo una certa ricorrenza e fragilità nella generazione di idee che siano realmente innovative.
Soprattutto noto in certi imprenditori la pretesa di vendere come originali idee di altri. Ad esempio, tutti sappiamo che i cinesi hanno iniziato copiando, ma facendolo dichiaratamente e migliorando in molti casi i prodotti finali. Questo spesso in occidente non avviene....

+1 +1
Roberto Foglietta 10/ott/2016 · #4

@Enrico Sasso: questo articolo [¹] "B2B is dead. B4B is born." sta mostrando un'innovazione apparentemente difficile da distinguere all'esterno. Due attività una tradizionalmente orientata al B2B e un'altra B4B anche solo per questo dettaglio, la seconda ha la possibilità di scalare in un modo totalmente diverso perché il rapporto con la clientela è di reciprocità. Un aspetto "magico" inizialmente poi con il tempo diventa una commodoty, tutti ci arrivano.

[¹] https://www.bebee.com/producer/@magendar-rajasekaran/b2b-is-dead-b4b-is-born

+2 +2
Roberto Foglietta 10/ott/2016 · #3

@Riccardo Marciani: grazie. @Enrico Sasso: alcune idee non hanno nulla di innovativo tranne l'implementazione. L'innovazione non è necessariamente l'invenzione di qualcosa di nuovo. Anzi, spesso l'innovazione (impatto di successo sul mercato) è dovuta a una nuova modalità d'integrazione di servizi/prodotti esistenti. D'altronde il successo della CocaCola (a parte il marketing, che è venuto dopo) è la formula. L'idea dell'ingrediente segreto potrebbe essere - ragionevolmente - un falso mito. Per questo parlo di arte e non di scienza, perché la scienza aiuta l'imprenditore (e l'innovatore) fino a un certo punto poi subentra qualcosa d'imponderabile e magico. Questo non significa che non ci sia tecnica e metodo, entrambi sono fondamentali, ma da soli non bastano. Se noi conoscessimo il segreto del successo saremmo tutti persone di successo. Tutto è relativo, in realtà siamo persone di successo (rispetto a molti altri) ma spesso ci si confronta con le proprie o altrui aspettative (ma non è detto che tutte le aspettative siano ragionevoli). Ad esempio, molte persone mi chiedono perché io abbia interesse per "business che non scalano" - hanno ragione, è qualcosa di incomprensibile - eppure quante di queste persone hanno attivato e gestito con successo business che scalano esponenzialmente? La realtà è che dietro a un business lineare c'è sempre anche un business esponenziale ma se non si è capaci di consolidare la base lineare non si riesce a sfruttare l'accelerazione esponenziale (condizione necessaria ma non sufficiente).

+1 +1
Enrico Sasso 10/ott/2016 · #2

Ciao @Roberto Foglietta. Mi piace il tuo articolo. Devo dire che sono d'accordo fino ad un certo punto. Cioé mi pare azzeccato il paragone, ma non per tutti gli imprenditori. Purtroppo, sempre più spesso, molti spacciano le loro idee per grandiose ed originali mentre in realtà sono banali imitazioni. Tu che ne pensi?

0